l’eclissi

Viaggiamo abbracciati su un regionalone sferragliante e pieno di gente cullata dall’entusiasmo per la propria destinazione di vacanza e dalla noia per il viaggio.

Sebastiano dorme beato.

Chiacchiero di bici con i ventenni che mi danno del lei. Una signora dell’est che chiarisce subito i suoi fini implorando col sorriso compassionevole di tenerlo un po’ in braccio.

Dal finestrino si vede la lamiera ammassata delle auto in autostrada. Mi fa sempre rabbrividire, soprattutto quando sono fuori, libera. Noi siamo vicini, lui dorme, io chiacchiero, scrivo, tra qualche ora scendiamo con la bici.

Un po’ mi assento guardando il cellulare e un po’ lo guardo. Nella sua bocca aperta vedo gli incisivi che stanno uscendo, si fanno largo taglienti nella carne viva. Quanta fatica è crescere: seguire il corso degli eventi ti costringe ad una corsa con tutto il tuo piccolo corpo e la tua testolina immatura. Il tuo corpo dice vai! e la mente lo segue, tra un evviva! e la sofferenza della crescita e delle contusioni. La forza di questa corsa è tale che la meraviglia supera la fatica e così lui corre, e noi tutti dietro con la bocca spalancata per la meraviglia.

Questa eclissi, me la sono quasi persa. Ero intenta a dare sollievo ai suoi turbamenti notturni, avvolta nell’abbraccio della carne e del latte, spiaggiata e persa nelle lenzuola sotto il soffio del condizionatore.

Si vedeva l’eclissi anche da casa nostra, anche se me ne ero dimedimenticata. Non avremmo mai potuto andare in collina per vederla. Mentre la guardavo già a metà, abbandonato Sebastiano nel sonno, mi sono sentita fortunata.IMG_20180728_103237_123.jpg

 

 

 

 

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La mia luce

Dopo tanti mesi Stefano mi dice: noi andiamo, tu ci raggiungi… La mia mente fa eco: noi… nel senso: voi? Tu e Sebastiano? E io? Senza di lui?

La casa si vuota, attorno al mio corpo-albero non c’è più il mio piccolo frutto. Che strana sensazione.

Ti ho dato alla luce, ti ho dato la mia luce, ho smesso di guardare oltre al mio naso per evitare di non vederti a fuoco, ho evitato di accendere  il cervello perché ti potessi nutrire del mio cuore sempre più grande, ti sono rimasta sempre vicino perché venuto in questo mondo rumoroso potessi sempre rifugiarti sotto la mia ala per rafforzarti e credere in te stesso. Ed eccoti qui. Pasciuto di latte e di certezze a mangiare il mondo con la tua bocca famelica ed i tuoi sorrisi che già si preannunciano irriverenti ed energici come la mamma ti insegna.

È tanta ancora la strada da fare insieme, ma stare lontano oggi è un primo distacco per la nostra piccola società, una prima prova che mi fa sentire l’ebrezza di essere anche me stessa oltre che la tua mamma.

Riprendo la bici, pedalo per strada, come prima, come se niente fosse successo da quando un anno fa la ho archiviata perché non ci stava più la pancia. Pedalo e sento una forza inaspettata nelle gambe. Sono ancora io. Pedalo e sento il mio corpo morbido quando mi chino sul manubrio. Non sono più io. Mi scatto una foto e mi vedo senza trucco ma con un sorriso così dolce che risplende di tutte le risate che abbiamo fatto insieme. Quasi non mi riconosco. Sguscio via tra le auto, pedalo in salita a fatica, sento una pioggerella sulla faccia, mi guardo attorno. Mi sento me stessa. Questa è la mia luce.

 

PS: Quando ti rivedo sei sereno e neanche mi guardi. La mia luce è dentro di te. Che gioia!

 

 

 

mamma

Da quattro mesi accendo il pc quasi tutte le mattine, come a dirmi: oggi scrivo, leggo, sistemo qualche foto. Niente. Il pc rimane acceso inutilmente e ad un certo punto della giornata mi tocca spegnerlo. A volte ci sono momenti salienti – visite, passeggiate – a volte no. Di sera quando racconto a Stefano cosa ho fatto, mancano nell’elenco le attività più importanti.

Ti guardo, ti consolo, ti nutro, interagisco con te, canto, ti parlo, ti faccio ridere, ti faccio smettere di piangere, ti leggo un libro. Ti.

Questa è la vita di chi custodisce una nuova vita: fatta di mille contraddizioni, ripetitiva e  tranquilla come le montagne russe, banalmente legata alle esigenze fisiologiche ma esaltante nelle sue piccole scoperte, fatta di dialoghi senza risposta che a volte si trasformano in risate forti (le mie) e in risate mute e sdentate (le tue).

Contemplativo ed esaltante per me sono sempre state due cose agli antipodi, e invece sono qui nel pieno di questa vita sempre uguale a se stessa ad ingrandire col microscopio della meraviglia piccole novità inaspettate, a stupirmi ogni giorno che tu, piccolo miracolo genetico, non sia me, ma sia altro da me.

E ti guardo, mi cerco, non mi trovo, vedo mille sguardi, mille volti. Vedo te, in ogni tua mutazione, ogni secondo, da mille angolazioni e prospettive.

Sei talmente al centro che mi sembri enorme e quando mi rendo conto delle tue reali dimensioni provo a volte una tenerezza infinita e a volte una sorpresa come se ti avessi trovato nell’uovo di Pasqua.

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ti chiami Sebastiano

La valigia emotiva era pronta, l’orologio ticchettava impaziente perchè eravamo vicini alla scadenza, il 16 settembre 2017. Alle due di notte tu ed io siamo stati scossi dalla forza della natura che era venuta lì, undici giorni dopo il termine, per dividerci.

Stavamo bene uno dentro l’altra noi due, era bello proteggerti facendoti attraversare indenne la mia vita quasi normale di balenastronave, mi sentivo sicura perché somigliava alla mia vita precedente, solo ero più grossa. Tutti per strada mi chiedevano come ti chiamavi, mi dicevano in bocca al lupo, mi sorridevano benevoli. Tu stavi al sicuro, mentre ascoltavi da dentro la mia vita. Abbiamo dovuto capitolare, onda di dolore dopo onda di dolore,  facendoti uscire in questo mondo e trasformando me in una me stessa meno simpatica e benvoluta.

E’ rimasto solo un guscio svuotato con l’emoglobina sotto le scarpe e tu. E io? Non saprei dove sono, per il momento sono il carburante per questo strano tandem, dove siamo esattamente come prima solo che tu sei appeso per di fuori. Le emozioni, gli amori, le stupidaggini fatte, le corse, le salite, le traversate gloriose, i rapporti umani, i sorrisi, la gioia, tutto ciò che di bello ho fatto nella vita, i miei obiettivi raggiunti e ancora da raggiungere, tutto serve in questo momento come carburante per la nostra astronave, lo regalo a te in questo momento di decollo della tua piccola vita, mentre la mia è in stand by per far da trampolino alla tua.
Non che mi renda conto veramente che la tua è una vita separata, no. Sei ancora quella cosa impalpabile che si muoveva dentro di me, sei ancora quell’idea, sei me ma sei un’altra cosa, se ti cerco di cerco vicino, quasi dentro di me, come fossi un mio satellite, attaccato a me come un profumo o un pensiero fisso.

Ti sogno tutte le notti ormai. Mentre eravamo all’ospedale ricoverati e tu portavi la flebo nella tua manina con coraggio e finta noncuranza ti ho sognato. Mi parlavi come un adulto, eri saggio e piccolo allo stesso tempo e facevi le chiacchiere che fanno i vecchietti.

Ma non sento nessuna parola tutti i giorni quando ti guardo, vedo l’infinito che hai negli occhi, l’abisso della grandezza della vita in divenire.

Ancora non lo sai ma ti abbiamo chiamato Sebastiano.

 

 

 

la mia valigia emotiva

Quando un anno fa ho accudito un bambino per un mese ho capito quanto il mio modo di vivere (il nostro) andasse riadattato per stare vicino ad una vita che cresce: rallentato, reso soffice, rimpicciolito a dimensione di miniumano, quanto la nostra casa fosse inospitale perché l’unica cosa che da sempre ci aveva riempito la vita eravamo noi due, innamorati, felici e pronti a stimolarci a vicenda. Proprio in quel momento, arrivata a 40 anni, ho sentito con gioia ed emozione che mi sarei dovuta spogliare di tutta una serie di abiti per diventare un adulto accudente, cambiare pelle e vita. Mi sono detta che tutti quei vestiti, quei modi di esistere potevano non servirmi per qualche tempo o in ogni caso meritavano un cambio di stagione: non esistono vestiti perfetti per tutte le stagioni.

Mia nonna direbbe semplicemente che mi sono divertita fino a quarant’anni: il contrario di ciò che hanno fatto molte altre donne, preoccupate di trovar marito e di mettersi a lavorare di fatica per portare avanti la casa prima che fosse troppo tardi – ciò che in fondo aveva fatto lei, che con i suoi 26 anni di età si era maritata ed aveva avuto un figlio ormai da “vecchia”, nel 1942. Non so se è una cosa positiva aver fatto queste scelte, ma così è andata la mia vita e non mi sento per niente male. Anzi. Il mio modo di essere e di vivere fino ad oggi, sempre sull’altalena delle emozioni, della curiosità del mondo e delle persone, in cima alle ambizioni, sulla vetta delle passioni e giù a scandagliare e soppesare le sofferenze mie e degli altri per abbracciarle e comprenderle, mi ha talmente riempito e impegnato che mi ritrovo ora adulta, felice, sazia, oltre che incinta.

Quando ho scoperto di essere incinta, sentivo di avere un lavoro da fare, una valigia emotiva da svuotare e da riempire di nuove emozioni e sentimenti.

Ho cominciato dal canto e dallo yoga, mentre la bici continuava a ritmare le mie giornate (fin quando, all’ottavo mese era troppo caldo per continuare ad usarla!), ho letto tanto, mi sono guardata molto dentro, ho ascoltato i consigli semplici e senza fronzoli di Simonetta, ho assaporato la calma della solitudine con il mio bimbo, ho accettato e rielaborato ogni consiglio o dono che per quanto strampalato chiunque, anche per strada, volesse darmi, ho rinunciato al moto ad ogni costo, privilegiando la calma e la lentezza, mi sono lasciata coccolare ed accudire – da chiunque – come non avevo mai fatto.

Quando anni fa ho cominciato a fare teatro ed a cantare, ho capito che mi mancava quella leggerezza che trasforma ogni atto o pensiero in un soffio che non lascia tracce nel proprio lago interiore, mancava quel gesto libero e creativo che facesse uscire con leggerezza le parole, i movimenti ed il respiro. Per questo ho ricominciato da qui nel preparare la valigia per questo viaggio: respirando, cantando e specchiandomi negli occhi di Ilaria si è aperta una porticina, che poi ha lasciato uscire ed entrare tanto di me. La fatica della sveglia al sabato era ampiamente ricompensata dal momento di pienezza data dal sentirsi tutt’uno con il mio respiro, libera da qualsiasi costrizione o preoccupazione. Il nada yoga ha avvolto il mio bimbo nelle sue spirali di suono e cellula dopo cellula è cresciuto e cresce tutt’ora cullato dal canto.

Da molti anni, lo yoga mi accompagna stirando il mio corpo arricciato e maltrattato dalle pulsioni e dagli obiettivi della mente, così non poteva mancare tra gli strumenti in valigia anche l’Iyengar Yoga, per cercare i limiti del mio corpo e fare sì che la sua trasformazione avesse un adeguato supporto, proteggendo il mio mondo interiore dalle sofferenze fisiche.

Ciò che ha dato veramente struttura e corpo a questa valigia di strumenti per essere una vera valigia emotiva è il fatto di trasformare qualsiasi attività di preparazione, in un qualcosa di finalizzato alla costruzione di un percorso di crescita interiore, attraverso la gravidanza, il parto e la nascita.

Ognuno fa questo percorso a modo suo, certo, ma per me è stato molto utile inanellare tutte queste perle – sfruttare la plasticità del corpo, la potenza della liberazione che mi ha dato il canto, la volontà di lavorare su di me, le nozioni acquisite – usando lo yoga non solo come strumento, ma come filosofia di vita e di nascita, entrandoci dentro, con un percorso che mi ha fatto vedere tutto ciò che mi sta accadendo sotto una luce diversa, mettendo in prospettiva ciò che sono in modo istintivo e ciò che vorrei essere per rispecchiare quella calma a cui ambisco. Daniela mi ha seguito in questo percorso portandomi per mano in un modo diverso di vedere le cose.

Giunta alla fine ho la percezione di avere una vista diversa su di me, di avere un altro punto di vista su da cui partire. Per partorire. E dopo.

La mia valigia emotiva è pronta.

abbandono

I giorni passano lenti e pieni, si riempiono in fretta quando si accetta ciò che viene con il cuore leggero di dover aspettare lo scorrere inesorabile delle ore, dei giorni e dei mesi, come a dover attendere molecola dopo molecola, goccia dopo goccia, di aver raggiunto il giusto livello di pienezza. Sai che ogni giorno potrai accogliere e crescere solo di una goccia e quindi ti prepari ad esserne il contenitore, non pensi più di essere il mare, non hai la bramosia disperata della terra in estate, che con la sua vastità è pronta ad accogliere nelle sue crepe arse tutta la pioggia che possa cadere dal cielo, non aspiri più alla violenta velocità del vento.

Tra poco saranno passati nove mesi e solo ora riesco a cogliere il sapore di ciò che mi ha attraversata e plasmata in questo tempo. Mi guardo allo specchio alla fine di questo percorso e vedo che l’unico modo di attraversarlo con questa serenità e questa pace è stato di abbandonare lentamente il mio corpo, di farmi attraversare, di lasciarmi andare completamente a ciò che mi accade, di non essere più me stessa.

Il mio corpo non mi appartiene più. Ciò che era un tempo veicolo di fatica ed energia, orientato al raggiungimento veloce ed intenso di obiettivi, soddisfazioni, piaceri, è ora un contenitore di vita, non più esclusivamente della mia, ma anche e soprattutto di un altro. La mia vita, devo dire, non mi interessa più di tanto per il momento: mentre si fa spazio dentro di me l’altro, cresce e prospera dell’ossigeno che respiro, del cibo che mangio e del piacere che provo, si fa largo la sensazione molle di abbandono che prova chi sa di non essere protagonista e anzi vuole togliersi dai riflettori. Diventa protagonista invece il mio corpo, ma non come un mezzo atto a raggiungere velocemente uno scopo, bensì un contenitore ampio e complesso in lenta maturazione, da curare e proteggere, fragile come un uovo e grande come le escursioni di tutto il pentagramma, dolce come il miglior sapore del mondo, placido come un lago che si riempie così lentamente da non far emergere movimenti apparenti.

Ora colleziono ogni respiro, ogni briciola di cibo, ogni piacere, ogni conquista di benessere, tutto per alimentare e far prosperare e crescere questo grande corpo multiforme e incredibilmente vivo. Non è più la mia vita ad essere protagonista: si è fatta da parte cedendo il passo per gradi, man mano che la nuova vita esigeva spazio, piegando col suo dolce peso la mia volontà, facendomi cedere alle sue sensazioni piacevoli e molli ed anche sempre di più tra le braccia delle persone attorno a me.

Gli altri mi hanno avvolta come se questo nuovo essere vivente fosse non già mio come è mio il corpo di cui si nutre, ma di tutta la comunità umana, come se io stessa in quanto veicolo di vita appartenessi a tutta la comunità. Certo non tutti hanno capito e non tutti mi hanno protetta, è stato strano assistere alla mia stessa reazione di fronte a questo: per la prima volta nella mia vita invece di resistere alla fatica delle difficoltà o al peso delle relazioni e fare uscire la mia volontà in maniera mediata dalle circostanze, mi sono lasciata percorrere da una estrema violenza che ho scaricato contro chiunque rischiasse di inquinare o anche solo turbare per un attimo la calma perfetta che la mia nuova vita di vestale stava coltivando.

Mentre ero sempre più rivolta verso il mio interno, il mio uomo mi avvolgeva e mi avvolge in un abbraccio fatto di attenzioni, affetto, amore, passione, condivisione. In questo mi sono adagiata dolcemente come non mai,  mi sono fatta piccola per entrare dentro di lui come una matriosca, facendolo diventare ancor di più la mia casa, la nostra casa. A volte siamo stati noi la sua casa e questo lo ha reso ancor più grande e spazioso.

Parallelamente a questo si svolge concretamente il lavoro fisico di trasformazione, creazione di materia, trazione, appesantimento, trasporto quotidiano del peso di sangue, umori e movimenti di un nuovo corpo dentro di sé. Solo con l’abbandono di sé e di controllo e bilanciamento, questo è possibile in equilibrio e con armonia. Circondarsi di donne capaci e di consapevolezza e sapienza femminile aiuta molto, ti fa sentire in grado di lasciare gli ormeggi del tuo vecchio corpo e dare fondo alla metamorfosi.

E così ora ci troviamo alla vigilia dello schiudersi di questa vita: mancano poche settimane, pochi giorni. Arriverà un momento in cui verrò percorsa da un dolore forte come la scarica di un fulmine. Sarà il segnale: sarà così forte da rendere il senso di abbandono e di apertura esercitato fino ad ora grande un infinitesimo rispetto a quello necessario a fare uscire dal mio corpo un altro corpo.

Alla fine di tutto questo ci guarderemo negli occhi e saremo in tre, perché questa nuova vita salperà lasciando il mio corpo per sempre, per averne uno suo; allora di nuovo dovrò cambiare pelle ed essere ancora diversa da ciò che sono stata fino ad ora o in questi nove mesi. Saremo diversi e saremo nuovi. Saremo i suoi genitori per sempre.

sono un’astronave

Accarezzo la mia pancia. Improvvisamente mi blocco e allargo gli occhi, convinta di aver scoperto un tesoro: il braccino? Il piedino? La testolina? Ecco il mio piccolo abitante, colui che pur non avendo ancora un nome, mi tiene compagnia giorno e notte con i suoi incessanti movimimenti e la sua esagerata protuberanza per il settimo mese.

Tutti i giorni e tutte le ore ti accarezzo, ti massaggio, mentre lo faccio mi immergo: tocco le mie viscere, scendendo sempre in un respiro più profondo e esente da tensioni, o tocco te, che sei lì dentro con il tuo corpicino di lucertola?

La musica che nutre il mio spirito, le letture sulla tua educazione, l’amore che provo per tuo padre, il riposo che lenisce la mia fatica di portatrice di pancia, le risate in casa che hanno il sapore sempre più appiccicoso, dolce e fresco di una quotidianità più ricca, le montagne di ciliegie, meloni, angurie, i litri di acqua che fluiscono dentro di me per scomparire, lo yoga e la respirazione, il canto, la bici, la calma, dove finiscono? Dentro di me o dentro di te?

Sono io o sei tu?

gravidamente

Gravidamente cerco dentro di me calma ed equilibrio, ma sento solo un ribollire di calci e di energia che mi fa a volte ridere di gusto a volte entrare in tensione, a volte sopire con sorrisi ebbri, a volte girare, girare, ballare, a volte niente come se fosse normale.

La vita è un eterno presente. Aspetto. Aspetto la vita, che esploda. Secondo per secondo.

Sento il corpo che si (tra)sforma e me ne compiaccio con grasse risate, mai ricordo come ero, mi sono cancellata. Si muove nella vecchia vita con nuove sensibilità e pesantezze, come se fossi un carico pesante e prezioso di nuovi movimenti interiori.

Sento ogni muscolo affaticato e teso e lo curo con amore tutte le sere, mentre la creatura che mi pulsa in grembo ed io ascoltiamo la musica pacificandoci con l’universo e studiando il domani in posizione orizzontale.

E no, l’universo non vuole la nostra pace, perché noi dobbiamo (ri)nascere, e di questo ribollire a fuoco lento è fatto il nostro domani.

il bambino di ghisa

Il giorno di Santo Stefano eravamo a pranzo dalla Nonna Maria: era un giorno tranquillo in famiglia, colmo di quella rilassatezza che ti assale dopo Natale, quando tutti hanno già scartato  i regali fino all’ultimo e mangiato tutto ciò che dovevano mangiare e ci si può veramente lasciare andare. Dopo un pranzetto non certo leggero, ho letto come sempre il Resto del Carlino di qualche giorno prima e non ho resistito al bisogno di riposare, mi sono addormentata pesantemente sul divano, mentre Elisa e Stefano parlavano vicino a me e la Nonna finiva di lavare i piatti in cucina.

Ho dormito così profondamente da sognare. Ero ancora in quella casa così familiare, con Stefano, Elisa e la Nonna. Mi alzavo dal divano per andare in una stanza della casa a recuperare un bambino che piangeva. Era un maschio di meno di un anno e si trovava seduto per terra in lacrime. Mi abbassavo per prenderlo in braccio, ma sollevarlo era impossibile, faticosissimo, era un bambino così pesante che non riuscivo ad alzarlo da terra. Era il bambino di ghisa. Era mio figlio.

Da quando ho scoperto che non era solo un sogno, ma una piccola e delicata realtà che cresceva dentro di me, sono sprofondata in un eterno presente. Come reazione ad un futuro esplosivo, mi sono rifugiata in modo soffice e pesante al mio stesso interno, consapevole che questo che accade non si può accelerare o rallentare perchè non sono io a guidarlo. Il passato remoto si è sgretolato polverizzandosi, il passato recente si è appannato lasciando dietro un alone di tenerezza, il presente ha preso spazio e comanda le mie sensazioni ora per ora.

C’è spazio per il domani, ma senza fretta. Lo accoglierò quando arriverà.

A volte compaiono lampi di futuro, come ondate di gioia dissennata e folle, e poi ritornano dentro al lento cullarsi di un presente che va avanti un millimetro alla volta e non più a falcate.

Per il resto dentro questo presente non si cammina solo riflessivi, si balla, si canta e si respira a volte profondamente e con gioia a volte meno. Si va in bici e treno al lavoro. Si fatica. Ci si stanca. Ci si arrabbia. Ma tutto è diverso.

Lo sarà per sempre.

essere donne a casa mia #lottomarzo

Alla fine degli anni sessanta, a mia mamma piaceva mettersi i pantaloni ed ascoltare la musica, lo faceva in modo furtivo e gioioso, fino al momento in cui ha ricevuto un sacco di botte da suo padre. Da allora non ha smesso, ha solo cominciato a mettersi di nascosto fuori casa e ad essere più accorta nelle sue attività.

Nel 1976 nasco io e comincia a comparire in tutte le foto in pantaloni: segno che o non era più disdicevole o da sposata era uscita dalla giurisdizione del padre, ma questa storia dei  pantaloni da che ho incominciato ad interagire con gli adulti l’ho sempre sentita ripetere e ripetere. Non con una morale alla fine – mia mamma non è il tipo da farti il predicozzo -, ma come una storiella autoconsistente che doveva penetrarmi nei neuroni sin da piccola. Come quella storia della zia suora che voleva per forza costringerla a pregare ed a fare penitenza: avrà pur voluto dire qualcosa!

E mentre i miei piedini di infante alternavano scarpe ortopediche degne di Frankenstein a scarpine di vernice poco adatte alla campagna che spesso venivano lanciate per aria lasciando i piedi scalzi, il mio gioco preferito divenne dapprima il macinino, poi la carriola, poi la pallavolo, il pattinaggio rigorosamente in strada ed un incrocio tra ginnastica artistica ed i tentativo di spaccarsi la testa. Ovviamente in questo avevo trovato tre complici fantastiche, tutte altrettanto disposte a sporcarsi e ad avventurarsi-

L’otto marzo arrivava ogni anno e puntualmente cominciavano a comparire mimose dappertutto, serate per sole donne alquanto discutibili nei locali ed i servizi riciclati ogni anno ai tiggì.
Su questa festa a casa mia calava il silenzio: non essendo donna da grandi discorsi faceva capire che non c’era proprio niente da festeggiare.

Nel frattempo, giorno dopo giorno, ad ogni risveglio mia nonna mi ricordava quanto fossi  intelligente e quanto per temperamento ed indole non avessi paura di niente (“te t’an n’è pòra ed gninta”). Quando lei o le sue amiche mi dicevano che ero bella gli rispondevo (circa a 3 anni): “T’ì bèla té, tè” (sarai tu, bella!). Poi questo genere di mantra quotidiani sono virati a partire dagli undici anni di età a chiarire come orientarsi nel rapporto con il genere maschile. Il mantra allora divenne: “c’sa t’in fèt d’un omèn?” (cosa te ne fai di un uomo?), che verso i venti divenne “t’a t’è da spuser a 40 an!” (ti devi sposare a quarant’anni!).Mi faceva sempre così ridere e stare bene che neanche mi accorgevo che tutto ciò stava permeando dentro di me e me ne stavo convincendo: diventavo sempre più sicura di me e davvero credevo a questi mantra, tant’è che credo ancora di essere stata programmata per vivere felice, essere rispettata e fare della mia vita qualcosa di bello e divertente.

A mio padre non interessava che fossi femmina o maschio, tanto a segare, zappare, vangare, avvitare, smontare, rimontare, martellare… devono essere capaci tutti. E così, sempre nel ruolo di aiutante, cominciavo a fare un po’ di tutto.

Alle elementari e le medie imparai solo il disagio per non essere schierata né tra le femmine griffate né tra i maschi violenti e rissosi e per aver voglia di studiare ed imparare.

Alle scuole superiori, invece, imparai che non è necessario essere maschio per comandare, anzi se sei femmina ti viene pure meglio.

(continua)