sono un’astronave

Accarezzo la mia pancia. Improvvisamente mi blocco e allargo gli occhi, convinta di aver scoperto un tesoro: il braccino? Il piedino? La testolina? Ecco il mio piccolo abitante, colui che pur non avendo ancora un nome, mi tiene compagnia giorno e notte con i suoi incessanti movimimenti e la sua esagerata protuberanza per il settimo mese.

Tutti i giorni e tutte le ore ti accarezzo, ti massaggio, mentre lo faccio mi immergo: tocco le mie viscere, scendendo sempre in un respiro più profondo e esente da tensioni, o tocco te, che sei lì dentro con il tuo corpicino di lucertola?

La musica che nutre il mio spirito, le letture sulla tua educazione, l’amore che provo per tuo padre, il riposo che lenisce la mia fatica di portatrice di pancia, le risate in casa che hanno il sapore sempre più appiccicoso, dolce e fresco di una quotidianità più ricca, le montagne di ciliegie, meloni, angurie, i litri di acqua che fluiscono dentro di me per scomparire, lo yoga e la respirazione, il canto, la bici, la calma, dove finiscono? Dentro di me o dentro di te?

Sono io o sei tu?

gravidamente

Gravidamente cerco dentro di me calma ed equilibrio, ma sento solo un ribollire di calci e di energia che mi fa a volte ridere di gusto a volte entrare in tensione, a volte sopire con sorrisi ebbri, a volte girare, girare, ballare, a volte niente come se fosse normale.

La vita è un eterno presente. Aspetto. Aspetto la vita, che esploda. Secondo per secondo.

Sento il corpo che si (tra)sforma e me ne compiaccio con grasse risate, mai ricordo come ero, mi sono cancellata. Si muove nella vecchia vita con nuove sensibilità e pesantezze, come se fossi un carico pesante e prezioso di nuovi movimenti interiori.

Sento ogni muscolo affaticato e teso e lo curo con amore tutte le sere, mentre la creatura che mi pulsa in grembo ed io ascoltiamo la musica pacificandoci con l’universo e studiando il domani in posizione orizzontale.

E no, l’universo non vuole la nostra pace, perché noi dobbiamo (ri)nascere, e di questo ribollire a fuoco lento è fatto il nostro domani.

il bambino di ghisa

Il giorno di Santo Stefano eravamo a pranzo dalla Nonna Maria: era un giorno tranquillo in famiglia, colmo di quella rilassatezza che ti assale dopo Natale, quando tutti hanno già scartato  i regali fino all’ultimo e mangiato tutto ciò che dovevano mangiare e ci si può veramente lasciare andare. Dopo un pranzetto non certo leggero, ho letto come sempre il Resto del Carlino di qualche giorno prima e non ho resistito al bisogno di riposare, mi sono addormentata pesantemente sul divano, mentre Elisa e Stefano parlavano vicino a me e la Nonna finiva di lavare i piatti in cucina.

Ho dormito così profondamente da sognare. Ero ancora in quella casa così familiare, con Stefano, Elisa e la Nonna. Mi alzavo dal divano per andare in una stanza della casa a recuperare un bambino che piangeva. Era un maschio di meno di un anno e si trovava seduto per terra in lacrime. Mi abbassavo per prenderlo in braccio, ma sollevarlo era impossibile, faticosissimo, era un bambino così pesante che non riuscivo ad alzarlo da terra. Era il bambino di ghisa. Era mio figlio.

Da quando ho scoperto che non era solo un sogno, ma una piccola e delicata realtà che cresceva dentro di me, sono sprofondata in un eterno presente. Come reazione ad un futuro esplosivo, mi sono rifugiata in modo soffice e pesante al mio stesso interno, consapevole che questo che accade non si può accelerare o rallentare perchè non sono io a guidarlo. Il passato remoto si è sgretolato polverizzandosi, il passato recente si è appannato lasciando dietro un alone di tenerezza, il presente ha preso spazio e comanda le mie sensazioni ora per ora.

C’è spazio per il domani, ma senza fretta. Lo accoglierò quando arriverà.

A volte compaiono lampi di futuro, come ondate di gioia dissennata e folle, e poi ritornano dentro al lento cullarsi di un presente che va avanti un millimetro alla volta e non più a falcate.

Per il resto dentro questo presente non si cammina solo riflessivi, si balla, si canta e si respira a volte profondamente e con gioia a volte meno. Si va in bici e treno al lavoro. Si fatica. Ci si stanca. Ci si arrabbia. Ma tutto è diverso.

Lo sarà per sempre.

essere donne a casa mia #lottomarzo

Alla fine degli anni sessanta, a mia mamma piaceva mettersi i pantaloni ed ascoltare la musica, lo faceva in modo furtivo e gioioso, fino al momento in cui ha ricevuto un sacco di botte da suo padre. Da allora non ha smesso, ha solo cominciato a mettersi di nascosto fuori casa e ad essere più accorta nelle sue attività.

Nel 1976 nasco io e comincia a comparire in tutte le foto in pantaloni: segno che o non era più disdicevole o da sposata era uscita dalla giurisdizione del padre, ma questa storia dei  pantaloni da che ho incominciato ad interagire con gli adulti l’ho sempre sentita ripetere e ripetere. Non con una morale alla fine – mia mamma non è il tipo da farti il predicozzo -, ma come una storiella autoconsistente che doveva penetrarmi nei neuroni sin da piccola. Come quella storia della zia suora che voleva per forza costringerla a pregare ed a fare penitenza: avrà pur voluto dire qualcosa!

E mentre i miei piedini di infante alternavano scarpe ortopediche degne di Frankenstein a scarpine di vernice poco adatte alla campagna che spesso venivano lanciate per aria lasciando i piedi scalzi, il mio gioco preferito divenne dapprima il macinino, poi la carriola, poi la pallavolo, il pattinaggio rigorosamente in strada ed un incrocio tra ginnastica artistica ed i tentativo di spaccarsi la testa. Ovviamente in questo avevo trovato tre complici fantastiche, tutte altrettanto disposte a sporcarsi e ad avventurarsi-

L’otto marzo arrivava ogni anno e puntualmente cominciavano a comparire mimose dappertutto, serate per sole donne alquanto discutibili nei locali ed i servizi riciclati ogni anno ai tiggì.
Su questa festa a casa mia calava il silenzio: non essendo donna da grandi discorsi faceva capire che non c’era proprio niente da festeggiare.

Nel frattempo, giorno dopo giorno, ad ogni risveglio mia nonna mi ricordava quanto fossi  intelligente e quanto per temperamento ed indole non avessi paura di niente (“te t’an n’è pòra ed gninta”). Quando lei o le sue amiche mi dicevano che ero bella gli rispondevo (circa a 3 anni): “T’ì bèla té, tè” (sarai tu, bella!). Poi questo genere di mantra quotidiani sono virati a partire dagli undici anni di età a chiarire come orientarsi nel rapporto con il genere maschile. Il mantra allora divenne: “c’sa t’in fèt d’un omèn?” (cosa te ne fai di un uomo?), che verso i venti divenne “t’a t’è da spuser a 40 an!” (ti devi sposare a quarant’anni!).Mi faceva sempre così ridere e stare bene che neanche mi accorgevo che tutto ciò stava permeando dentro di me e me ne stavo convincendo: diventavo sempre più sicura di me e davvero credevo a questi mantra, tant’è che credo ancora di essere stata programmata per vivere felice, essere rispettata e fare della mia vita qualcosa di bello e divertente.

A mio padre non interessava che fossi femmina o maschio, tanto a segare, zappare, vangare, avvitare, smontare, rimontare, martellare… devono essere capaci tutti. E così, sempre nel ruolo di aiutante, cominciavo a fare un po’ di tutto.

Alle elementari e le medie imparai solo il disagio per non essere schierata né tra le femmine griffate né tra i maschi violenti e rissosi e per aver voglia di studiare ed imparare.

Alle scuole superiori, invece, imparai che non è necessario essere maschio per comandare, anzi se sei femmina ti viene pure meglio.

(continua)

rallento, mi guardo, sorrido

Quello spazio di solitudine, di calma e di lentezza dentro me è stato per anni uno spazio trafficato e sovraffollato. Darsi agli altri, scoprire il mondo attorno a se attraverso le proprie esperienze, muoversi in continuazione, vivere in simbiosi con un altro essere umano amato ha più pro che contro: ti tiene a galla, sempre tonica e sorridente,  quando ti fermi è solo per un pit-stop veloce per poi ripartire, ogni contatto umano  non è che un flash veloce.

L’unico effeto collaterale sta nel fatto che è impossibile fermarsi. Quando ti fermi non riconosci più te stessa perché quello spazio intimo e quieto è in disuso, ormai pieno di scatoloni e ragnatele ed è come se fosse stato così per così tanto tempo da non riconoscerlo più.

Non sapevo più cosa volesse dire fermarsi, avere lo spazio anche minimo della solitudine e della noia. Ascoltare il silenzio dei gatti, non avere programmi per la settimana. Lavorare senza affanno. Pedalare senza correre.

Ora mi ritrovo in questo spazio che mi sembra un po’ vuoto, ma piano piano lo sento più  mio e timidamente mi ci accomodo sempre di più.

Rallento.

Mi guardo.

Sorrido.

(è quasi primavera)

 

 

un regalino? #tuttigiorninbici compie 100 giorni e io 40 anni!

Cari amiche e cari amici,

da quando non sono più sola #tuttigiorninbici la mia vita è cambiata in meglio.

Condividiamo questa esperienza di connessione virtuale quotidiana che sicuramente ci aiuta mentre pedaliamo nel traffico: non solo stiamo bene perchė siamo in bici ma ci sentiamo anche più  forti insieme!

Ebbene, il mio piccolo esperimento #tuttigiorninbici è arrivato a 100/366 ed io il 9 ottobre compio 40 anni.

Cosa ne dite di farci un regalino e fotografare e condividere sulla vostra pagina/bacheca/account social il vostro modo di andare #tuttigiorninbici?

Vi ringrazio di cuore e vi aspetto! ❤

 

 

 

 

ritorno in città

Ritorno a casa e, abbandonate le valigie, la prima cosa che penso di fare è adagiarmi nel traffico scivolando sulla mia bella bici bianca per riprendere contatto con la città.

Aprendo la porta della cantina, quando metto a fuoco la mia bici bianca con gli pneumatici fucsia rimango stupita: e dire che sono io ad averli voluti la settimana prima di partire!

Una volta uscita mi ricordo subito che la mia bici non perdona, ti fa soffrire, ti fa sapere che non sei stato poi così frequente nel pedalare: il suo 52 fisso davanti pesa quando la strada ha anche un po’ di salita. E io che con i miei muscoletti da trekking e la mia abbronzatura mi sentivo così invincibile sono costretta ad abbassare la testa ed a pedalare con pazienza.

Raggiunto il centro continuo a stupirmi di tutti questi selfie, cappelli di paglia, fotografie ai monumenti, colori diversi – capelli, pelle, vestiti -, persone sedute ad ogni angolo a godersi il tempo (e forse servirebbero anche più cubi e panchine!). Forse ci vorranno anni per rendermi indifferenti tutti questi turisti ed a non suscitare un moto di contentezza in me alla loro vista! Anche se non ci guadagno niente, ho il moto di entusiasmo del bottegaio con il negozo pieno.

Quando parcheggio la bici, da una panchina sulla Piazza dell’Orologio un signore con le vene del viso esplose ed i capelli elettrizzati, urla parole sconnesse, nella totale indifferenza delle persone schiacciate a sedere sulla stessa panchina. Anche se il suo delirio sarà sempre solitario è bello vedere che il suo corpo è vicino a persone che non lo isolano. Forse ignorare qualcuno è meglio di fuggire da qualcuno. Ci si accontenta di poco, ai confini.

Compro un regalino e riparto, solco strade svuotate dalle auto e stranamente silenziose. Nel vuoto dei portici di via Santo Stefano si annuncia da lontano un cagnino che si sgola. Da vicino vedo che è un Chihuahua al guinzaglio di una vecchina magrolina con occhiali a mosca che sembrano essere più pesanti di lei. “Signora, lo ha fatto arrabbiare?”. “No, è che è COSI’ INTELLIGENTE che sgrida i ciclisti che vanno in bici sotto i portici, lui lo sa che mi dà molto fastidio e ha imparato!”. Sorrido e riparto, anche perché avevo la bici a mano e non sgridava me. Per quanto pensi che i portici sarebbero ideali aree ciclo-pedonali miste e che una bici (o tante bici) sotto il portico non disturbino nessuno, non mi piace dare fastidio agli altri.

I saldi non ci sono più ed i cocomeri non sono più in vendita al Mercato delle Erbe: è già autunno, basta aspettare il prossimo temporale e questa chimera finirà, finiranno i pomodori e finiranno le pesche. Arriverà il mio compleanno e quello del novanta percento della mia famiglia originaria e acquisita.

Continuo la mia pedalata osservando, o forse sognando, facendo un po’ fatica in leggera salita e smettendo di pedalare in leggera discesa. Camminando in via Belvedere mi colpisce già da lontano uno sconosciuto seduto da solo sugli scalini della chiesa. E’ magro, vestito male, ha uno sguardo fisso verso l’infinito che all’apparenza sembra vagamente minaccioso. Continuo a guardarlo anche se non mi vede, poi quando sono davanti a lui improvvisamente capisco qualcosa di lui e gli rivolgo spontaneamente un CIAO! affettuoso come se fosse un amico che sono contenta di rivedere, come se parlassi con l’ambasciatore di Bologna e gli dicessi con il mio ciao: sono contenta di essere tornata!

L’Ambasciatore di Bologna non si presenta benissimo e probabilmente è solito stare in mezzo alla gente senza essere mai degnato di una parola. Si mostra subito molto scosso dall’attenzione rivoltagli da una persona vera, si ridesta quindi dai suoi fumosi pensieri e la sua espressione passa in un istante da allampanata e confusa a deliziata , si allarga sul suo viso magro un sorriso sdentato da cartoni animati, alza entrambe le braccia per salutarmi, come facesse la ola al mio passaggio.

Sorrido anche io a specchio e torno a casa. Grazie Bologna.

 

Stessa spiaggia stesso mare

Da molti anni ho la fortuna di fare le vacanze, tante piccole vacanze, nessun giro del mondo o anno sabbatico, ma sempre momenti dove si abbandona ciò che si fa e si va a fare altro.

Vado spesso nello stesso posto.

Nella valigia non possono esserci due oggetti con la stessa funzione, se ci sono due pantaloni, uno è inutile.

I gatti non possono venire con me, così li lascio da anni dentro la loro casa in  compagnia di qualcuno che abbia voglia di abitare a casa mia gratis e visitare Bologna.

Una volta mi allenavo per partire, ero da sola e non volevo soffrire, avevo tempo e mi sentivo sicura nel prepararmi. Poi ogni anno mi sono allenata sempre meno, finchè – colpo di grazia – non ho incontrato qualcuno ancor più pigro di me negli allenamenti e ci siamo amati ancor di più in questo passaggio di stato, dal fiatone per fare le scale a uno stato temporaneo di forza e di forma.

Dove vado in vacanza ci sono sempre poche persone, più pesci, scoiattoli, porcellini o mucche che persone. Poi ci siamo noi due che ci spostiamo, parliamo del più e del meno oppure dei nostri programmi, ridiamo, ricordiamo oppure  non parliamo di niente e così c’è tempo per pensare.

Andiamo in un luogo dove il nostro   corpo è messo alla prova non tanto da una sfida, ma dal semplice andare da qui a lì, superando tutto ciò che c’è da superare, un metro alla volta. Nel vento.

Un metro dopo l’altro mi spoglio sempre del presente come fossi una cipolla. Dopo tanti passi, tante pedalate, tante bracciate, tantissimo vento, ci sono io, felice e spensierata  come quando correvo nei campi di granoturco per giocare a nascondino. E lui? Non saprei, ma ride sempre qui.

Ci spostiamo finchè c’è luce e ci ritiriamo a dormire in posti dove spesso siamo gli unici clienti. Di sera si lavano i panni, si scioglie la fatica, si crolla nel sonno con la bellezza negli occhi. Ci si risveglia con una fame da lupi ed i muscoli un po’ rotti, si fanno quattro colazioni e partiamo con le nostre cose.

Torniamo in questo luogo spesso, perchè è lì che troviamo la perfezione che rende il resto più bello, l’ozio meritato, il lavoro o altre attività più leggere, la città più interessante.

Quando cammino o pedalo in città porto con me questo luogo come se lo vedessi in una visione.

Cara Simona

Cara Simona,

Oggi mentre camminavo ti pensavo dopo aver letto la tua nuova storia e siccome ho fatto almeno 15.000 passi, ti ho pensato molto: ho pensato a te, a me ed al dolore. Passo dopo passo, sempre più dentro.

Le Sui story sono bellissime, credo piacciano onostamente a tutti. Piacciono non solo perchè scrivi bene, credo che innanzi tutto piacciano perchè vedendo come sei, tutti sanno che è una storia a lieto fine.

Piacciono poi perché quella incredibile distesa di dolore, sangue, vomito, sesso, amori, capre… sono storie stese a seccare al sole rassicuranti come una specie di ritratto di Dorian Gray: tu vai al mare o guardi la tv o ti lavi i denti e c’è qualcuno che soffre per te.

A me personalmente piacciono perchè mi piaci tu e perchè in esse ed in te sento il Dolore che parla con la voce di chi davvero ha una ammirevole capacità di arrivare al fondo delle cose, anche le meno edificanti, perchè sei una scultura vivente forgiata dal dolore come una pietra dal vento, sei bella, enorme e piena di spigoli taglienti.

Il Dolore accompagna la vita degli umani dalla nascita alla morte ed anche se nessuno ne parla volentieri (ed anzi lo rifugge quando riguarda la propria vita), a nessuno piace veramente ascoltare sempre storie dove tutto va bene e tutti si comportano secondo le aspettative. Però parallelamente ognuno cerca di costruire la propria vita in cima a questa valle di dolore e di guardare solo quello degli altri o di vivere pensando che a soffrire debbano e possano essere sempre gli altri.

Quando nel dolore ci nasci (e di sicuro non perchè hai scelto tu) non hai possibilità: sei in fondo a questa cazzo di valle di dolore, sei bagnato fino al collo, lotti per la vita tutti i giorni e non puoi che rimanerci, affrontare la tua vita così, con i pochi strumenti che hai portandone addosso il peso, tentando di capire perchè, dove, come, soffrendo, ma andando avanti forzatamente. Quando vivi e cresci in queste condizioni, sviluppi una energia ed una capacità di abnegazione disumana, potresti sollevare pesi che nessuno osa sollevare, o affrontare mostri a mani nude senza battere ciglio, perché il Dolore è un grande anestetico, più ci navighi e ci lotti e più diventi forte, più non hai paura di sporcarti o di soffrire.

Alcune persone escono da questa lotta sconfitte. Non solo si suicidano, ma diventano rigidi o cattivi o pericolosi per gli altri. Altre persone imparano a risuonare al vento del dolore ed a raccontarlo. Altre dopo averlo esplorato e conosciuto, dopo aver conosciuto ogni genere di pazzo per comporne una mappa (e i pazzi non credo siano gli sconfitti dal dolore, ne sono solo portatori!), si stancano del dolore e vogliomo altro: arrivano a costruire la propria vita lontano da questa valle. Anche se mai davvero lontano.

Questo percorso è tutt’altro che semplice. Intanto perchè il Dolore non è solo il male, ma fa anche un sacco di compagnia perchè non riesci a vedere veramente il mondo liberamente con i tuoi occhi finchè sei dentro di lui, ti rende eccitabile e ti fa fare montagne russe incredibili e mozzafiato, ti fa divertire come una pazza, ti fa sentire guidata mentre ti forza su e giù, ti fa diventare profonda come una caverna e leggera come un capello bruciato. Quando ci sei dentro ti illudi che sia tu ad andare su e giù. E invece è lui.

Tutti possono scendere da questa giostra, cara amica mia, ma non è per niente semplice essere te invece di essere la giostra stessa.

All’inizio guardavo questa giostra con nostalgia anche se vedevo gli altri che vomitavano e sanguinavano mentre giravano forzatamente. Ma quando ho capito che non giudavo io la giostra ho voluto approfondire ed infine ho deciso di scendere e di camminare con qualcuno che avesse i piedi in terra. Non dico normale o esente dal dolore (impossibile!) ma almeno non sulla giostra. All’inizio mi sentivo triste e noiosa. Poi ho provato a fare finta di esserne esente, poi ho capito che il dolore non c’era più, che tutti coloro che mi avevano fatto male non lo avevano poi fatto apposta (era suiccesso e basta) e che dentro di me avevo tanto spazio e tanta forza: il vuoto che il Dolore aveva lasciato in me poteva essere riconvertito per fare altro. Ma il Dolore fa parte della vita e non si abbandona mai, forse sono solo su una giostra che ruota più lentamente… ma più passa il tempo e più mi sento libera e capisco il mio e quello degli altri. Fino alla prossima illuminazione.

Ti vorrei tendere la mano. So che sei scesa, ma ti gira ancora la testa.

Sappi che giù dalla giostra è pieno di gente a cui non interressa nulla se sai fare la spaccata. Ti amiamo banalmente e profondamente per quello che sei, anche quando non fai nulla.

Smetti di girare, sei scesa, sei viva, sei bella.

Un abbraccio.

Sara